Ho trovato in questo racconto autobiografico riflessioni profonde sulla parte terminale della vita e sul rapporto padre-figlio in questo passaggio delicato. Una storia vera, vissuta dall’autore, in cui ci si può facilmente immedesimare e comprendere come muti radicalmente il rapporto.
Mi spiego il proliferare continuo e inarrestabile di strutture che accolgono gli anziani, da una parte lo capisco, come esistono gli asili per i bimbi, in una società dove impegni e ritmi sono quasi disumani, e da un’altra, ora, comprendo meglio che affrontare tutto questo è una questione davvero complicata e dolorosa.
Ci si trova davanti una persona diversa, per certi versi sconosciuta, debole, indifesa a tratti infantile che poco o nulla ha a che vedere con i ricordi di infanzia e gioventù, ma nello stesso tempo conserva caratteristiche caratteriali ben note che prendono addirittura forza.
Hermann Roth conserva un carattere duro e spigoloso, annegato nei ricordi di cui narra continuamente con chiunque si trovi davanti, storie di chi ce l’ha fatta e di chi ha fallito, narra di sé e del suo vigore, di costanza e volontà che lo hanno portato da semplice venditore a dirigente di filiale assicurativa con 40 persone da gestire, pur non avendo titoli di studio a suo favore.
Amo leggere biografie e racconti di storie vissute, perché spesso riesco a ritrovare in me caratteristiche comuni, difficili da vedere e a volte da accettare; mi è successo con l’ultimo libro letto di Franco Cesaro “racconti di fabbrica” e di nuovo con questa lettura. In questo caso l’analogia sta nel fatto che Hermann attribuisce in automatico agli altri le sue qualità come fossero scontate e distribuite in equa misura a tutti, cosa che capita anche a me di pensare: “come è possibile che non riesca …basta così poco…una buona dose di volontà, un po' di sacrificio, un po' di costanza…”
Questo crea distanza con le persone e inevitabilmente con i propri figli, proprio come nel caso di questo racconto, dove più volte viene denunciato questo atteggiamento paterno che tanti danni ha provocato nel suo passato.
E poi allo stesso modo, mi ritrovo nelle parole di Philip:
«ce l’aveva fatta, come no, era veramente riuscito ad annientare suo padre. Lui, pensavo, appartiene alla primitiva orda di figli che, come Freud amava congetturare, sono capaci di annullare il padre con la forza: che lo odiano e lo temono e, dopo averlo vinto, l’onorano divorandolo.
E io appartengo all’orda che non sa muovere un dito. Non siamo fatti così e non siamo capaci di farlo.
Siamo figli atterriti dalla violenza, senza la minima capacità di infliggere dolore fisico…Abbiamo i denti come i cannibali, ma stanno lì, incastonati nelle mascelle, per aiutarci ad articolare meglio le parole. Quando devastiamo, quando cancelliamo, non è con scariche di pugni o violenze folli e incontrollate, ma con le parole, col cervello, con tutta la roba che ha prodotto l’abisso struggente fra i nostri padri e noi, e che essi stessi si sono rotti la schiena per darci» (Philip Roth, 1991:124-125 Ed. Einaudi 2007)
Una storia di odio e amore, di distanza che crea incomprensioni e conflitti, dove chi trionfa alla fine è l’amore, grazie al quale la comprensione supera le barriere: l’orrore della malattia, della demenza e della prossima morte, trasformando tutto con una catarsi che porta ad una inaspettata pace interiore.
«Sarà strano senza di lui, e mi sentirò solo. chi l'aveva capito ... non che non avessi capito che il mio rapporto con lui era complicato e profondo: ciò che non sapevo era quanto «profondo» può essere profondo» (Philip Roth, 1991:101 Ed. Einaudi 2007)
Ci sarebbe tanto da riflettere e scrivere su questo libro, sulla vita, sulla morte, sulle relazioni e su ciò che cambia radicalmente con la malattia e il lutto. Qual è la vera eredità che ci viene lasciata e che a nostra volta lasceremo, non soldi, terreni e proprietà ma ciò che ci resta dentro, ciò che è risolto e ciò che è ancora da risolvere. Un bagaglio che può essere difficile da accettare, non voluto, pesante, ma che ci appartiene nella sua totalità e che non va nascosto o ritenuto inesistente, ma disfatto, visto e con cura capito, diviso, messo in ordine e fatto nostro.
«Lasciai silenziosamente la tavola e, mentre gli altri continuavano a chiacchierare, scivolai in casa, sicuro che fosse morto.
Non era morto anche se forse avrebbe voluto esserlo. Sentii il puzzo di merda a metà della scala che portava al primo piano.
Quando raggiunsi il suo bagno, la porta era socchiusa, e sul pavimento c’erano i calzoni e le mutande. Dentro la porta del bagno c’era mio padre, completamente nudo, appena uscito dalla doccia e gocciolante. L’odore era fortissimo.
Quando mi vide, per un pelo non scoppio in lacrime. Con una voce desolata che non avevo mai sentito, né da lui né da chiunque altro, mi disse ciò che non era stato difficile immaginare “mi sono smerdato addosso” disse.
La merda era dappertutto, spalmata sul tappetino del bagno, incrostata sull’orlo del water e, ai piedi del water in un mucchio sul pavimento. Era schizzata sulla cabina della doccia e la roba abbandonata del pavimento del corridoio ne era inzaccherata.
“tutto bene” dissi “tutto bene, sistemeremo tutto» (Philip Roth, 1991:134-135 Ed. Einaudi 2007)
….
«Ero terribilmente dispiaciuto per la lotta eroica e sfortunata che aveva sostenuto per ripulirsi prima che io lo raggiungessi nel bagno e per la vergogna che aveva dovuto provare, il disonore di cui sentiva il peso, eppure ora che la cosa era finita e lui era immerso nel sonno pensai che non avrei potuto chiedere niente di più, per me stesso, prima della sua morte: anche questo era giusto ed era come doveva essere. Si pulisce la merda del proprio padre perché dev’esser pulita, ma dopo averlo fatto tutto quello che resta da sentire lo senti come mai prima di allora. E non era la prima volta che lo capivo: c’è ancora tantissima vita da accogliere dentro di sé.
Portai giù la federa puzzolente e la misi in un sacco nero della spazzatura che legai forte, e portai il sacco alla macchina e lo buttai nel bagagliaio per darlo in lavanderia. E perché questo era giusto e come doveva essere non avrebbe potuto essermi più chiaro, ora che il lavoro era finito. Questo, dunque, era il mio patrimonio. E non perché pulire fosse il simbolo di qualche altra cosa, ma proprio perché non lo era, perché non era altro, né più né meno, della realtà vissuta che era. Ecco il mio patrimonio: non il denaro, non i tefillin, non la tazza per farsi la barba, ma la merda» (Philip Roth, 1991:137 Ed. Einaudi 2007)
E così, presente o assente, questa figura ci appartiene, è nostra, è dentro di noi, siamo noi; nel DNA, nelle molecole, nei pensieri, nelle abitudini, nelle azioni e nella continua lotta che ognuno di noi affronta giorno dopo giorno per liberarsi da ciò che in realtà è: tante persone in un solo corpo.
«Poi, cinque o sei settimane dopo, verso le quattro del mattino, avvolto in un bianco sudario venne a rimproverarmi. Disse “avrei dovuto indossare un vestito. Hai fatto la cosa sbagliata”. Mi svegliai urlando. Tutto ciò che faceva capolino dal sudario era il rammarico della sua faccia morta. E le uniche parole che disse erano una ramanzina: l’avevo vestito per l’eternità con i panni sbagliati» (Philip Roth, 1991:187 Ed. Einaudi 2007)
Ogni individuo è differente e così lo sono i rapporti e le relazioni famigliari, ognuno ha la sua storia originale e unica, che nello stesso tempo assomiglia a tutte le altre.
Per quanti libri abbia letto e film o spettacoli teatrali visti, sono certo ormai che nulla può superare il sapore e il godimento dell’originalità della vita di ogni nostro giorno. Nella gioia, nel dolore, nella noia o nella rabbia e persino nella disperazione, ogni istante, se visto e vissuto veramente, diviene meraviglia.
Bibliografia
Philip Roth (1991), Patrimony. A True Story, Simon & Schuster New York; trad. it. Patrimonio. Una storia vera, Ed. Giulio Einaudi Editore Torino 2007